Bosco e trasformazione
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È particolare il ruolo dei boschi nel nostro immaginario. Da una parte rappresentano un luogo oscuro e misterioso, che ci spaventa perché sfugge al nostro controllo, perché rappresenta l’ignoto; dall’altra, però, da questo ignoto ricaviamo conforto: il conforto di una sfida con noi stessi che dobbiamo superare per trasformarci; il piacere della magia che circonda ciò che non conosciamo, la vita del bosco, una vita indipendente dalla nostra.

Il bosco è un luogo in cui le promesse rassicuranti della razionalità scompaiono, dove il dominio razionale dell’uomo, della sua civiltà e delle nostre passioni più recondite perde potere e ci ritroviamo soli con un luogo che vive all’infuori delle regole cui siamo abituati e che, proprio per questa sua incontrollabilità, possiede una vita propria, misteriosa e magica, che ci costringe a incontrare altre forme di vita e a scontrarci con le più profonde
rimozioni del nostro inconscio, del nostro io più profondo.

Le fiabe e i racconti della tradizione hanno spesso dato centralità al bosco come simbolo di trasformazione, di passaggio, come prova di iniziazione che deve essere affrontata per poter crescere. Il bosco ci dice che è necessario perdersi per potersi ritrovare; serve che l’eroe dubiti di sé, che i protagonisti si perdano nel labirinto ombroso del bosco perché possano divenire chi sono. Questo è possibile perché il bosco rappresenta l’ignoto, un luogo in cui è difficile orientarsi e che non si può mappare. Scarsamente illuminato dalla luce solare, in esso vivono creature malvagie adatte all’oscurità, capaci di padroneggiarla. Ma non si tratta solo di questo: l’oscurità e l’estraneità del bosco sono accompagnate dall’incontro con forme di vita altre, con la magia di aiutanti non-umani che ci salvano e ci aiutano ad imparare a vivere nel bosco, a riscoprire una forma autentica di vita. Questi aiutanti possono essere
impersonificati da personaggi magici e piccoli aiutanti fantastici, oppure non sono altro che quelli che Marìa Zambrano ha chiamato “chiari del bosco”: quelle rare aperture nella fitta oscurità dell’ombra degli alberi in cui si apre uno spiraglio di luce, in cui si crea un cerchio in cui gli alberi sono assenti e il prato verde è illuminato dal sole.

Sono luoghi che non possono essere cercati, che sfuggono al controllo razionale e ad ogni possibilità di mappare il labirinto. È necessario perdersi per trovarli. Cosa rivelano i chiari del bosco? Se il bosco è uno spazio interiore, il fitto groviglio del nostro inconscio, i suoi momenti di chiarezza rappresentano un vuoto all’interno di questa intensità, ma non un vuoto qualsiasi: un’estasi, una pausa interiore di cui si appropria la bellezza. Come scrive
Zambrano, il vuoto è l’aureola della bellezza, il suo spazio sacro.

E alla soglia del vuoto creato dalla bellezza, ci arrendiamo, smettiamo di pretendere di essere, di essere noi stessi e quel che abbiamo sempre voluto essere. Ecco, proprio qui ci sveliamo, ci trasformiamo; proprio quando abbandoniamo la pretesa di cambiare, il passaggio avviene, il bosco ci rivela la sua bellezza, si appropria di noi e l’ignoto non muta in noto, ma accettiamo l’ignoto in quanto tale e ci facciamo pervadere da esso.